Verruche ai piedi: prevenzione e trattamenti per la cura

Pubblicato il da Rossana R.

Qual è la migliore strategia da attuare contro le verruche ai piedi? Sicuramente la prevenzione. Ma nel caso questa non basti e il problema non si risolva da solo, la medicina moderna offre numerosi e differenti trattamenti.

Introduzione

Le verruche plantari sono il risultato di un'infezione locale da parte degli Human Papilloma virus 1 e 2.

La verruca da HPV1 è profonda e dolorosa mentre quella da HPV2 è meno frequente, superficiale, non dolorosa ma spesso multipla. Entrambe sono molto contagiose e si diffondono facilmente nei luoghi dove si cammina scalzi, come piscine e palestre.

Le persone atopiche, ossia coloro che per predisposizione genetica hanno una risposta eccessiva ai normali stimoli ambientali, sviluppano questa patologia più facilmente e in numero maggiore rispetto al resto della popolazione. Allo stesso modo risultano più sensibili tutti i soggetti che vivono in ambienti insalubri o che dedicano poca attenzione alla propria igiene personale, presentando quindi pelle poco sana, macerata e disidratata.

Prevenzione

Non si dovrebbe mai girare a piedi nudi nei luoghi frequentati da altre persone ma usare sempre delle scarpe, delle ciabatte o dei sandali per limitare al massimo il contatto con superfici potenzialmente "infette".

Bisognerebbe inoltre prediligere scarpe leggere, di tela, che facciano traspirare liberamente il piede.

E nel caso si debbano indossare scarpe chiuse, come quelle da ginnastica o peggio ancora gli anfibi, accompagnarle con delle calze di spugna che assorbano il sudore, lasciando le estremità asciutte.

Ovviamente queste indicazioni valgono per tutta la popolazione ma soprattutto per i soggetti atopici, la cui attenzione al riguardo dovrebbe essere doppia.

Terapie

La maggior parte delle verruche plantari guarisce spontaneamente ma esiste comunque una piccola percentuale che deve essere trattata.

Le terapie attualmente disponibili si dividono in tre categorie: i preparati topici a base di acidi cheratolici (acido salicilico, acido lattico); i mezzi fisici come la crioterapia, l'elettrocoagulazione e il laser; e l'asportazione chirurgica.

I metodi appartenenti ai primi due gruppi però provocano danni al tessuto sano e non prevengono la recidiva della lesione. Per questo motivo, quando possibile, è meglio favorire la terza via. L'asportazione chirurgica, detta "col cucchiaio", infatti, preserva il tessuto circostante e permette una guarigione rapida e completa.

L'intervento viene praticato ambulatorialmente e in anestesia locale. Dura solo 15 minuti, non necessita di successive visite di controllo, e assicura la riparazione completa della ferita e quindi il ritorno a uno stile di vita completamente normale in 7-10 giorni.

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